sul Manifesto

A Porto Alegre Abbiamo costruito le basi per la sfida più grande che dobbiamo affrontare: quella di forgiare una forza politica e cominciare a trasformare il mondo MAURO ROMANELLI * – FIORELLO CORTIANA **

Dopo Genova l’esigenza di unità tra le forze democratiche e progressiste è quanto mai impellente: ma non la si può costruire sul nulla, o, peggio, solamente “contro”, bensì a partire da riflessioni comuni, approfondite e autocritiche, senza supponenze.

Caso esemplare è quello della scuola, o meglio della riforma dei cicli scolastici: il ritiro del regolamento attuativo da parte del ministro Letizia Moratti è, per le destre, l’atto dovuto con cui si ottempera a uno degli “impegni precisi” contratti in campagna elettorale.

Per noi, viceversa, esso deve appunto costituire un’importante occasione per riflettere: infatti, se le destre hanno potuto affossare la riforma dell’ulivo senza incontrare particolari resistenze, è certamente perché la Riforma a sinistra era tutt’altro che condivisa, sia dai soggetti politici e sociali, sia dal corpo docente.

Noi Verdi, come forza di maggioranza, abbiamo votato a favore della legge, anche perché punto finale di un serrato ma proficuo dibattito parlamentare che ha fruttato notevoli miglioramenti rispetto al primo testo del 1997, imperniato sulla canalizzazione precoce a partire dai 12 anni.

Ciononostante, di questa riforma non siamo mai stati “pasdaran”, proprio perché consci che un sistema complesso come quello della scuola italiana si modifica con strumenti a loro volta complessi, con i giusti tempi, con la concertazione, con l’ascolto, con la disponibilità intellettuale prima ancora che politica a rimettere in discussione cammin facendo modelli e scelte che non possono mai essere considerate buone o salvifiche per definizione.

Ecco, a “dannare” il governo dell’Ulivo, è stata forse l’eccessiva “sicumera intellettuale”, l’atteggiamento liquidatorio verso quelle che venivano definite “resistenze corporative” degli insegnanti, il voler stringere i tempi per adeguarli ai ritmi della politica (la legislatura “doveva” terminare con tutte le riforme approvate, impacchettate, e pronte all’uso….).

Forse sono proprio queste le nostre maggiori colpe, oltre all’esser partiti subito male con una proposta sulla parità scolastica appiattita sulle richieste ecclesiali (poi per fortuna pesantemente ridimensionata nella versione definitiva), e oltre al non aver chiarito o comunicato bene alcuni dettagli importanti (che fine faceva la scuola elementare, se i docenti delle medie avrebbero dovuto insegnare anche ai bambini di 6 anni, ecc).

A fronte di ciò, c’è stata una sinistra politica e sindacale (leggi Cobas e Rc) che, a partire da un disagio giustificato e da alcune fondate rivendicazioni, ha però giocato la partita dell’aggressione politica senza quartiere all’intero impianto della riforma, tranciando giudizi quantomeno tagliati con l’accetta, a cominciare dalle accuse di classismo e di servilismo a Confindustria e Vaticano.

E così, grazie alle divisioni a sinistra, passa in secondo piano il vero e lampante motivo per il quale la riforma viene ritirata.

Non certo per venire incontro agli insegnanti, alle critiche dei pedagoghi, o per salvare la scuola elementare: ma perché, al contrario, la riforma avrebbe affossato definitivamente le scuole private di scarsa qualità, e cioè la maggioranza, che non sarebbero state in grado di reggerla, in particolare di adeguarsi al nuovo ciclo di base unico di sette anni.

E’ proprio il Vaticano, primo nemico dichiarato della riforma dell’Ulivo, l’ispiratore del gesto del ministro Moratti, così come l’area confindustriale, anch’essa esplicitamente avversa a un modello che avrebbe liceizzato tutta l’istruzione superiore e, attraverso l’obbligatorietà del primo biennio del ciclo secondario, avrebbe finito in realtà per realizzare una forte inerzia in direzione del proseguimento degli studi fino a 18 anni per tutti o quasi i ragazzi italiani.

Centinaia di migliaia di famiglie iscriveranno dunque a settembre i figli alla prima elementare della vecchia scuola, sapendo che essa è in procinto di sparire; nel contempo salteranno quei provvedimenti collegati all’attuazione dei nuovi cicli dal profilo più avanzato e riformatore, come la musica e l’inglese obbligatori fin dal primo anno, l’adeguamento della retribuzione e del ruolo dei docenti delle elementari a quelli delle medie, ed infine la possibilità dell’anno sabbatico che, da mozione parlamentare dei Verdi e dei Comunisti Italiani, avrebbe dovuto essere finanziato coi risparmi connessi alla diminuizione di un anno del percorso scolastico..

Di fronte a tutto questo le sinistre non possono balbettare, devono anzi battere i pugni sul tavolo: ma ciò non è possibile se non iniziando a fare ognuno la sua parte di autocritica sugli errori del recente passato, e avviando quindi un umile percorso di ricucitura e di ricostruzione di un comune e condiviso progetto per la scuola.

*Responsabile scuola dei Verdi