Il termine “pieve”, per chi ancora ne può capire il significato, è evocativo della chiesa rurale per eccellenza, di paesaggi da sempre segnati dal lavoro dei campi, tracciati dai filari delle viti e degli olivi, definiti dai cipressi isolati o in lunghe teorie, punteggiati di case rurali e di ville. Tali sensazioni si possono provare ancora là dove sono le pievi di Cercina, di Lobaco, di Miransù o di Giogoli, tanto per fare qualche esempio che ci faccia rimanere nei dintorni di Firenze.

Più difficile è immaginare una pieve all’interno di un grosso centro abitato, serrata da anonimi palazzoni e soffocata dal traffico: è questo, ormai, il caso della pieve di Sesto Fiorentino. Ma, proprio per questo, la pieve di San Martino deve essere ancor più apprezzata come testimonianza storica, capace di costituire il simbolo della continuità di quell’antico insediamento rurale sorto presso sextum lapidem, il sesto miglio cioè della romana via consolare Cassia, che, giunta a Firenze da Roma, fu fatta proseguire alla volta di Pistoia e Lucca.

Le Pievi, anche se nate nell’alto Medioevo come chiese battesimali, al momento della cristianizzazione delle campagne (in ritardo rispetto a quella delle città), furono tutte o quasi “rinnovate” nell’architettura tra l’XI e il XIII secolo, in concomitanza con la grande ripresa economica e demografica che caratterizzò la vita del mondo occidentale. Tale cronologia fa sì che esse vadano ad arricchire in maniera determinante il già cospicuo patrimonio dell’arte romanica, anche se le loro strutture furono spesso semplici ed essenziali. Tale è il caso della pieve di San Martino a Sesto che, per quanto ricordata nei documenti poco dopo la metà del IX secolo, si presenta nelle vesti del rifacimento romanico.

Come la stragrande maggioranza delle chiese plebane, essa ebbe un impianto architettonico di tipo “basilicale”, cioè con l’aula divisa in tre navate separate da arcate di valico (sette per lato), e conclusione con abside semicircolare, oggi scomparsa. Per quanto riguarda quei caratteri stilistici che solitamente contraddistinguono una cultura artistica, possiamo dire che la pieve di Sesto appartiene a quel filone povero del romanico fiorentino che aveva l’archetipo nella cattedrale di santa Reparata, distrutta per far posto a quella di Santa Maria del Fiore.

Un romanico solo lontano parente di quello “aulico” del San Miniato al Monte, del Battistero, dei SS. Apostoli, di S. Piero Scheraggio, ma che tanta diffusione ebbe nelle chiese del contado, indipendentemente dalla loro natura istituzionale.

Gli edifici religiosi della campagna fiorentina sono improntati all’essenziale: gli archi di valico fra le navate sono sostenuti da semplici pilastri di forma quadrilatera e non da colonne, la copertura, rifuggendo dalle volte, lascia in vista le strutture lignee del tetto sostenute da capriate. Inoltre appaiono ridotti al minimo, se non addirittura assenti, quegli elementi decorativi scultorei che, di solito, ornano di figure fantastiche o di disegni geometrizzanti capitelli, mensole, cornici, architravi e che costituiscono l’immagine più affascinante e misteriosa del mondo romanico. L’unica vera preziosità di certe chiese è costituita dall’accurato paramento murario in pietra (di solito quella locale), in bozze accuratamente squadrate e disposte in modo da formare dei regolari filari (filaretto); soltanto l’abside può presentare un coronamento esterno di arcatelle pensili sostenute da mensolette, di più o meno lontano ricordo lombardo. Per il campanile, di solito una robusta torre conclusa dalla cella campanaria, non esiste, almeno nelle pievi, una precisa regola che detti la sua posizione rispetto al corpo della chiesa.

Non si pensi però che l’architettura romanica possa ricondursi entro rigidi schemi, se teniamo presente che anche nel contado fiorentino non mancano pievi dalla ricca decorazione scultorea, oppure con impianto a croce latina – che pure fu diffuso tra le chiese monastiche – se non addirittura ad aula unica, schema tipico delle piccole chiese suffraganee. L’architettura, come l’arte romanica, sembra rifuggire da disegni rigidi e precostituiti, dando sempre l’impressione che su questi prenda il sopravvento il sentimento, l’immaginazione, insomma che la regola sia subordinata allo stato d’animo.

Se una regola viene rispettata nel mondo romanico questa è che le chiese, al di là della loro destinazione – abbazie, pievi, “canoniche”, semplici suffraganee – furono sempre “orientate” cioè con l’abside rivolta verso oriente, verso i luoghi della Passione, e non è mancato chi ha suggerito che l’orientamento vada ricercato nel punto dell’orizzonte in cui sorge il sole nel giorno del Santo titolare.

Se qualche eccezione vi fu essa appare determinata dalle condizioni ambientali come, ad esempio, poteva verificarsi all’interno di centri abitati ove l’assetto urbanistico fosse già stabilmente definito. Sotto questo aspetto la Pieve di San Martino a Sesto fa eccezione, con il suo orientamento “rovesciato”, avendo l’abside rivolta ad ovest. Una anomalia che sembra inspiegabile, dal momento che appare difficile immaginare quale fosse il condizionamento di sito al momento in cui sorse la pieve, tanto più che l’asse dell’edificio è pur sempre disposto in senso est-ovest.

L’ipotesi più spontanea che viene di fare è che, ancora in epoca medievale, l’orientamento della chiesa venisse rovesciato, tanto più che la facciata attuale presenta tre portali – i due laterali appaiono di foggia romanica – soluzione insolita, se non unica, tra le pievi. Una congettura, ben s’intende, che soltanto dei saggi archeologici potrebbero provare ed eventualmente spiegare. Neanche pare indicativa la presenza dei bacini ceramici murati a scopo ornamentale alla sommità della facciata, soluzione decorativa che, in età romanica, poteva interessare anche altre parti esterne della chiesa.

Come tutte le opere dell’uomo che sfidano il tempo, ma che nel tempo mantengono inalterata la loro funzione, la pieve di Sesto ha conservato la sua solida struttura architettonica medievale che però, nel corso dei secoli, ha subito trasformazioni ed aggiunte, testimonianza del mutare delle forme di culto e dei gusti artistici. Non è da credere, però, che le stratificazioni architettoniche lasciate dal tempo siano oggi facilmente leggibili. L’edificio, così come si presenta, pone non pochi interrogativi essendo la sua veste attuale il frutto di restauri che, intendendo recuperare l’aspetto originale, hanno prodotto arbitrarie manomissioni ed integrazioni “in stile” che rendono difficile la lettura anche ad occhi esperti.

Certamente la pieve di San Martino era stata oggetto di attenzioni già intorno alla metà del Quattrocento quando, a riconoscimento dell’impegno finanziario profuso nella chiesa, il ricco banchiere Francesco di Jacopo Venturi ne veniva investito del patronato da Pio II. Testimonianza più cospicua di tali interventi rimane la loggia che ancora si sovrammette in parte alla navata laterale sinistra, prospettando sul cortile interno tra la chiesa e la sala canonicale, che finirà per assumere i caratteri del chiostro.

Fu al tempo del pievano Francesco Olmi, a cavallo tra Cinque e Seicento, che la pieve di Sesto conobbe i più consistenti interventi architettonici da quando era stata costruita. La relazione della Visita Pastorale del 1618 informa che la “domus presbiterialis” era stata, più che restaurata, edificata in maniera più comoda. In particolare la costruzione dell’edificio a chiusura del lato orientale del cortile fece di questo uno spazio ben definito e dette alla casa canonicale i connotati architettonici della tradizione rinascimentale fiorentina, con il grande portale a bugnato affiancato da finestre “inginocchiate”. I locali interni ebbero una decorazione adeguata, come testimoniano ancora gli affreschi a grottesche e con scene sacre che ornano i soffitti di sale e corridoi. Anche la chiesa fu oggetto di attenzioni, non solo nel corredo di opere d’arte, che fu notevolmente arricchito – comprese due nuove campane – ma anche nelle strutture. Fu ricostruito il loggiato antistante la facciata, per la verità di forme piuttosto pesanti, con la trabeazione lignea sostenuta da tre colonne di ordine tuscanico e da una lesena addossata all’edificio di destra (il ricordo dell’opera si legge sui dadi di trabeazione, con la data 1602). Pochi anni dopo, nel 1610, un crollo del tetto, che interessò la navata centrale, richiese nuovi interventi di restauro e, nell’occasione, veniva costruito l’arco trionfale di accesso al coro.

Quelli che abbiamo ricordati sono certamente gli interventi architettonici di maggior pregio che la pieve di Sesto abbia ricevuto dopo la sua costruzione, ma non furono i soli: all’inizio del XVIII secolo si eseguivano nuovi confessionali e, a cavallo tra Sette ed Ottocento, il pievano Luigi Meucci faceva costruire un nuovo altare maggiore in marmo, con una scalinata ed una balaustra. Di nuovo, nella seconda metà del secolo scorso, vuoi anche per la necessità di restauri, il pievano Ranieri Calcinai promosse ingenti lavori di trasformazione dell’interno della chiesa (conclusi nel 1881), sotto la direzione di Carlo Marinai che, tra l’altro, portavano al rinvenimento di affreschi trecenteschi e di una iscrizione di epoca romana – ora murata nel cortile della canonica – che Gaetano Milanesi ritenne proveniente dal cimitero romano di Florentia. Nell’occasione furono aperte due nuove cappelle laterali, decorata con affreschi di Olimpio Bandinelli la pseudo-volta della navata centrale, addossate alle pareti ed alle archeggiature cornici e paraste che davano alla chiesa un carattere tardo rinascimentale e la sensazione di un completo rinnovamento architettonico.

All’inizio degli anni Cinquanta, presentatasi l’opportunità di un intervento del Genio civile per danni di guerra, fu dato inizio ad un’opera di restauro della chiesa, con i criteri allora dominanti in materia, cioè quelli del ripristino dei caratteri originali o presunti tali. Un’operazione che ha portato in larga misura a cancellare o ad alterare le testimonianze del passato. Fu anche rifatto il coro con l’intento di ampliarlo, ma, in realtà, con un incremento minimo di spazio. Se nella navata centrale il ripristino fu totale, fino al recupero delle finestrelle romaniche nell’alzato e della copertura lignea in vista, nelle navate laterali rimasero varie testimonianze delle aggiunte successive come la volta a sesto ribassato, gli altari cinque-seicenteschi (uno è ora adattato ad accesso al battistero), i confessionali settecenteschi, le due cappelle terminali, relative all’ultima campata, che una volta erano parte integrante del presbiterio, e che ancora si evidenziano per l’elegante apparato decorativo.

Il risultato fu quello di ricreare la spazialità romanica, ma l’inserimento nel parametro murario di molte bozze di pietra nuove e la pesante stuccatura con cemento delle connessioni ha finito per dare all’insieme un carattere di “falso”, in cui è difficile distinguere il vecchio dal nuovo. Solo negli ultimissimi anni si è acquisita una maggiore consapevolezza dei valori architettonici della pieve, come prova la ripulitura dell’interno – l’annerimento era da imputare anche all’impianto di riscaldamento ad aria calda – l’attenzione rivolta agli elementi post-medievali superstiti e, soprattutto, l’impianto di illuminazione che esalta le strutture e l’arredo.

Insomma, si è cercato di recuperare al massimo tutto ciò che testimonia il passato della pieve per proiettarlo in una prospettiva futura di continuità e in tal senso c’è da augurarsi che anche l’esterno della chiesa possa ricevere altrettante attenzioni perché, in fin dei conti, è la parte dell’edificio che ha subito minori interventi arbitrari e simbolizza, già nel primo impatto visivo, l’immagine di un “popolo”.