di renato palazzi

Due anni fa, nel decennale della morte, nessuna delle nostre istituzioni aveva provveduto a ricordare la figura e l’opera di Tadeusz Kantor, folgorante genio della scena del Novecento, che pure in Italia nell’ultima fase della sua vita aveva ripetutamente lavorato, lasciando tracce profonde. A colmare la lacuna, seppure con lieve ritardo, è ora intervenuto il Comune di Firenze, che con quello di Cracovia, con l’ETI e la Regione Toscana ha allestito una grande mostra su questo straordinario artista e uomo di teatro, dislocata tra la galleria d’Arte Moderna, il Teatro Rondò di Bacco e il Teatro della Pergola.

La scelta del luogo non è certo casuale, perché proprio nel capoluogo toscano – e più precisamente nella chiesa sconsacrata di Santa Maria – Kantor nell’80 aveva prodotto fra mille fatiche e mille travagli Wielopole Wielopole, spettacolo-manifesto della sua personalissima poetica della memoria e dell’introspezione autobiografica, capolavoro fra i più alti nel percorso espressivo del maestro polacco. E il momento è quanto mai opportuno, perché la fama di Kantor – seppure sempre contornata da un alone vagamente mitico – resta ormai unicamente legata al ricordo di chi i suoi spettacoli ha potuto vederli dal vivo.

Oggi, infatti, il gruppo che egli ha guidato per trentacinque anni, il leggendario Cricot 2 – singolare compagine formata, secondo una vocazione rigorosamente trasversale, da pittori, studiosi, letterati e pochi attori professionisti – si è di fatto sciolto, e i suoi impareggiabili spettacoli non hanno più modo di tornare alla ribalta: non siamo infatti di fronte a testi che possano essere rappresentati da chiunque e in qualunque momento, ma di creazioni in continuo divenire, strettamente legate all’«illegale» permanere tra gli interpreti di colui che le aveva ideate, e che solo con la sua presenza fisica dava loro necessità e significato.

Di tali spettacoli, specie quelli degli ultimi anni, dalla Classe morta allo stesso Wielopole Wielopole, da Crepino gli artisti a Qui non ci torno più a Oggi è il mio compleanno, possiamo ora vedere i video, i film, le lancinanti foto di Maurizio Buscarino – che ne fu, più che un testimone, un appassionato fiancheggiatore – e soprattutto gli arredi e gli oggetti di scena, quelle inconfondibili costruzioni di legno sconnesso e metallo corroso – residui di una realtà «povera», poeticamente sull’orlo dell’immondezzaio – quei marchingegni minacciosi e senza senso, quegli strumenti di tortura ironici e allarmanti.

Ma l’occasione è ancor più ghiotta per scoprire le sue opere plastiche e figurative, praticamente sconosciute al pubblico italiano. Kantor probabilmente non fu un grandissimo pittore, ma i materiali esposti documentano un inquieto tragitto attraverso le più svariate correnti avanguardistiche, dal dadaismo all’astrattismo all’informale, i cui temi e le cui parole d’ordine sono sempre immediatamente trasposti nell’esperienza teatrale. E alcune delle sue invenzioni peculiari, come i celebri «imballaggi», forme soltanto intuite attraverso pacchi, involucri, buste, borse, sacchi sono davvero affascinanti e originali.

Nel complesso, la mostra consente di fare pienamente il punto su una personalità davvero unica, invitandoci a ricollocarne storicamente il ruolo a dodici anni dalla sua scomparsa: un ruolo che trascende gli aspetti delle singole creazioni, e appare sempre più come una sorta di sintesi emblematica del secolo che ha attraversato per intero, e di cui ha colto i massacri di due guerre mondiali, gli orrori delle dittature, le atrocità dell’Olocausto, ma anche l’incertezza dell’identità dell’individuo, l’ossessivo ripiegarsi sui fantasmi della memoria, l’idea stessa della morte come estrema metafora di un’epoca gloriosa e sanguinaria. (11 giugno 2002)

Kantor. Dipinti, disegni, teatro . Firenze, Galleria d’Arte Moderna, Sala del Fiorino – Palazzo Pitti, Teatro Rondò di Bacco – Teatro della Pergola fino al 10 agosto

Nella foto, una scena dello spettacolo Wielopole Wielopole, prodotto a Firenze da Kantor nel 1980